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Corriere della Sera 15/02/2017 Sul Soldato Olivotto

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Dal Corriere della Sera del 15 febbraio 2017
Tuttifrutti
L’ipocrisia svelata
sul soldato Olivotto
Guglielmo Olivotto fu rinchiuso a Fort Lawton finché, dopo l’8 settembre, lo inquadrarono nell’Unità Italiana di Servizio (ISU) agli ordini degli americani. Fu trovato morto impiccato
di Gian Antonio Stella


Settantadue anni, due mesi e venti giorni dopo il suo assassinio, il prossimo 4 novembre, sulla tomba del soldato Guglielmo Olivotto, sepolto al cimitero militare di Fort Lawton, a Seattle, sarà deposto un mazzo di fiori del nostro governo. Era ora. Certo, non saranno i primi fiori a esser deposti lì. Ne avevano già posati, ogni anno, gli immigrati italiani che fecero costruire a loro spese il monumento (una colonna spezzata) che ricorda quello sfortunato autiere militare vittima di un linciaggio razziale e altri compaesani di passaggio. L’Italia no, però. L’Italia non aveva ancora fatto quel piccolo ma importante gesto. Che va a riparare un ritardo sconcertante. Nato nel 1911 nel trevigiano, mandato in guerra in Africa, catturato dagli Alleati nel ‘43 e spedito come prigioniero di guerra a Seattle, Guglielmo fu rinchiuso a Fort Lawton finché, dopo l’8 settembre, lo inquadrarono nell’Unità Italiana di Servizio (ISU) agli ordini degli americani. Con tanto di divisa e la scritta Italy. A Fort Lawton, però, scrive l’ufficiale a riposo Renzo Carlo Avanzo, che più di tutti si è battuto per rendere onore al morto dimenticato, è di stanza in quel periodo «un battaglione di colore che il 15 agosto 1944 deve imbarcarsi per il Pacifico. Nella notte tra il 14 e il 15 agosto scoppia una rissa tra i soldati di colore e gli italiani. All’alba Olivotto viene rinvenuto impiccato». La colpa del linciaggio viene addossata a una trentina di soldati di colore. Processati. Condannati.
Mezzo secolo dopo, sul Corriere, Ennio Caretto scriverà che grazie al libro-inchiesta «On american soil», di Jack Hamannun, non solo il caso era stato riaperto ma i militari riconosciuti innocenti: «L’annuncio ha suscitato scalpore: la Corte marziale dei 28 neri fu la più grande della seconda guerra mondiale in America. Ma stando al tribunale, l’omicidio di Olivotto, trovato appeso a una fune dopo un feroce scontro tra i prigionieri italiani e i soldati Usa, fu probabilmente commesso non dai neri bensì da poliziotti militari bianchi, il cui leader morì anni fa». Uno dei riabilitati, ancora vivo, confermerà: «Ne sentii uno, di quei poliziotti, minacciare di spaccare la testa a Olivotto. Alcuni odiavano gli italiani: dicevano che erano nemici e dovevano essere trattati come tali». Fatto sta che per decenni, negli archivi italiani, per salvaguardare il buon nome dell’esercito americano, il soldato trevisano risultò morto in un «incidente»… Una ipocrisia rimossa soltanto nelle ultime settimane.
14 febbraio 2017 (modificata il 14 febbraio 2017 | 18:19 pubblicata il 15 febbraio 2017
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