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D'Annunzio a Campese di R.C. Avanzo

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(Dal sito www.lagrandeguerra.info che illustra luoghi dimenticati della Grande Guerra in provincia di Udine con integrazioni del curatore Ten. Comm. Renzo Carlo Avanzo) Il testo è stato elaborato in occasione dell'annuale sparagiata che si è tenuta a Campese di Bassano.
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Dalla partecipazione di D'annunzio alla Grande Guerra, al volo su Vienna e alla presenza a Campese


La sera del 24 maggio 1915 D'Annunzio è a Milano in casa Aldovrandi: ha inoltrato richiesta d´essere richiamato alle armi quale volontario, ma vuole puntare senz'altro ai massimi livelli.
C´è un inghippo, il suo foglio matricolare riporta che ha sì 52 anni essendo nato il 12 marzo 1863, ma che ha il grado plebeo di Sergente della Milizia Territoriale, grado che tra parentesi non ha mai ricoperto, men che meno nella Territoriale che è oggetto delle più salaci barzellette e dileggio.
Sottolinea con forza di aver conseguito a suo tempo l´idoneità alla nomina a ufficiale e chiede che gli venga riconosciuto il grado al quale aveva rinunciato a suo tempo.
Formalmente la cosa è impossibile perché il regolamento militare non è una cosa che si possa prendere alla leggera, ma Salandra, che con il re e Sonnino è uno degli artefici del Patto di Londra, fa predisporre un Regio Decreto – il n° 966 del 10 giugno 1915 – con il quale D'Annunzio è nominato con decorrenza 19 giugno tenente di complemento dell'Arma di cavalleria.
È Cadorna stesso che lo comunica al poeta con una lettera.
Cadorna pensa che il poeta sarà solo l'aedo prestigioso delle vicende belliche, dimenticando che D´Annunzio sarà alle dipendenze della 3a armata e che il duca d´Aosta è un ammiratore entusiasta del poeta perché anche lui si compiace di esibirsi in prose alate e magniloquenti, ma assai meno congrue.
Ricevuta la divisa D´Annunzio parte da Roma e giunge a Venezia il 18 luglio 1915, il 7 agosto decolla per volare su Trieste: ha inizio la guerra di D´Annunzio, una delle vicende più spettacolari dell'intera storia italiana che porteranno il poeta a diventare comandante di un esercito personale a Fiume, avendo dalla sua i duchi d´Aosta stessi.
Ed è proprio per stare vicino al comandante della 3a armata che si spostò a Cervignano.
Il Tenente Colonnello Giuseppe Petella comandante dei carabinieri dell'armata gli trovò due belle stanze al pianterreno della casa che Pietro Sarcinelli s´era fatto costruire proprio sul porto di Cervignano per poter meglio controllare le sue innumerevoli attività commerciali, imprenditoriali e agrarie.
Le stanze erano piene di uccelli impagliati, ma D´Annunzio si procurò una serie di paraventi, un arazzo e un letto con una coperta di gatto tigrato.
Quella diverrà la sua residenza ufficiale, alternata con quella veneziana quando si trattava di imprese aeree o navali.
D'Annunzio pretende di disporre di ampia possibilità di scegliersi le operazioni che suscitino la più ampia risonanza propagandistica.
Il 1° ottobre 1915 si presenta a Cadorna e si ferma a colazione con lui e Padre Semeria, conquista entrambi e da allora Cadorna gliele perdonerà tutte.
Il 7 ottobre riceve la visita del famoso giornalista Ugo Ojetti e vanno insieme in auto ad Aquileia, chiacchierano e nasce in loro l´idea di un volo su Vienna.
Intanto D´Annunzio, da buon ufficiale di cavalleria si è procurato due cavalli –" Doberdò" e "Vai, vai!" –, una nuova incombenza per il suo attendente Italo Rossignoli.
Il 21 ottobre 1915 assiste per la prima volta ad un´azione della fanteria.
Le brigate Piacenza e Alessandria vanno all'attacco del San Michele e lui le guarda dalla soffitta della casa parrocchiale.
Il 2 novembre, giorno dei morti, Il Corriere della Sera dedica una pagina intera ai suoi “Tre salmi per i nostri morti”; il 14 novembre lIllustrazione Italiana gli dedica la piena pagina della copertina mentre ad Aquileia commenta ai soldati i suoi Tre salmi; il 16 appare sul Corriere una lunghissima Ode alla Nazione Serba: D'Annunzio diventa il cantore della guerra, alterna la permanenza a Cervignano con quella alla Casetta Rossa a Venezia, la sua collaborazione con il Corriere diventa tale che si susseguono liriche, orazioni e preghiere.
È il periodo in cui il poeta stringe amicizia con i giovani aviatori degli Albatros della stazione idrovolanti di Venezia.
L´ammiraglio Thaon di Revel, comandante in capo della stazione marittima di Venezia dà l´ultima autorizzazione – dopo quella di Cadorna e del duca – per un raid aereo Venezia- Ancona-Zara-Ancona-Venezia, ma dopo un´incursione su Pola cade il capo-spedizione Tenente di vascello Peppino Miraglia.
D'Annunzio pensa quindi a una spedizione con il Tenente di vascello Luigi Bologna, il 15 gennaio 1916 partono per una ricognizione sull'Istria ma giunti sulla verticale di Grado il motore si spegne e Bologna deve effettuare un violento ammaraggio che avrebbe potuto avere più tragiche conseguenze.
Il pilota, Bologna, se la cava con lievi escoriazioni mentre l'osservatore D´Annunzio sbatte violentemente con la fronte e l'occhio destro sul bordo della carlinga o, come dirà sempre poi, contro la mitragliatrice.
La ferita è lieve ma per alcune ore rimane cieco e si sposta barcollando, né palesa dolore, ma non ne parla con i commilitoni tanto più giovani di lui, dice solo di essere un po' stanco.
Non vuole che la notizia danneggi la considerazione del pilota o comprometta il volo su Trieste già deciso per l´indomani.
Il giorno dopo infatti su un nuovo idrovolante Lohner fa il volo su Trieste.
Il timore d´esser lasciato a terra l´aveva indotto a non farsi medicare, né esaminare l´ occhio e questo scelta lo portò senz'altro a perdere l´occhio destro che se curato opportunamente avrebbe forse potuto essere salvato.
Con Bologna il poeta effettuerà altri voli finché agli inizi del 1917 egli passerà in forza al I Gruppo aeroplani di Santa Maria La Longa.
D´Annunzio, nel frattempo promosso capitano dei Lancieri di Novara, era passato in fanteria sul Carso con i fanti della Brigata Toscana, avendo stretto amicizia con il maggiore Giovanni Randaccio che lo guidò sul Veliki e sul Fajti.
Randaccio, con la bandiera recatagli da D'Annunzio nelle cui intenzioni doveva per prima sventolare su Trieste, andò all'assalto sul Carso: l´azione frutterà a Randaccio la terza medaglia d´argento e a D´Annunzio la fama di audace combattente della fanteria.
Nel maggio 1917, dietro suggerimento dello stesso D'Annunzio, Randaccio tenta un'azione di attraversamento del Timavo (presso San Giovanni di Duino, sulla strada rivierasca per Trieste) con l'attacco a quota 28 occupata dagli austriaci. D'Annunzio porta con se il solito tricolore.. L'azione non ha successo e Randaccio viene ferito da colpi di mitragliatrice. D'Annunzio avvolge l'amico nel tricolore e lo accompagna all'ospedale da campo 057 di Monfalcone dove morirà. D'Annunzio, che era stato con lui sull'autoambulanza, ne farà l'elogio funebre al momento della cerimonia di inumazione al cimitero militare di Aquileia. La bandiera che ha avvolto Randaccio entrerà a Fiume con i legionari di D'Annunzio ed è ora ciustodita al Vittoriale di Gardone. Al maggiore Randaccio è dedicata una galleria del “Sentiero delle gallerie” sul Monte Pasubio.
Il re concederà a Randaccio la medaglia d´oro alla memoria, mentre per D'Annunzio si proposero altre due medaglie d´argento. Dopo l'impresa di Fiume e l'annessione di Fiume all'Italia, nel 1924, D'Annunzio verrà investito da Vittorio Emanuele II del titolo nobiliare, trasmissibile ai primogeniti, di Principe di Monte Nevoso che è il monte da cui sgorgano le acque del Timavo.
Dal 14 maggio 1917 il poeta fu in forza al I Gruppo aeroplani cui facevano capo parecchie squadriglie da caccia e da ricognizione e la stazione idrovolanti di Grado.
D'ora in poi continuerà la sua attività aeronautica.
Sono dell'agosto 1918 i suoi ripetuti voli su Vienna che gli meritano la medaglia d'oro che gli viene commutata nella promozione a ufficiale dell'ordine militare di Savoia. Le ultime imprese aeree dell'ottobre 1918 gli valgono la promozione a tenente colonnello e la medaglia d'oro, consegnatagli personalmente dal Duca d'Aosta. Al volo su Vienna partecipa anche il Ten. Aldo Finzi di origini ebraiche che, fascista della prima ora, per un singolare destino, verrà fucilato come partigiano alle Fosse Ardeatine nel 1944. Il pilota personale di D'Annunzio, che non ha il brevetto di pilota, è Natale Palli visibile in una foto a lato.
Il Cap. Palli morirà assiderato in un raid aereo essendo precipitato su un ghiacciaio della Savoia nel 1919 durante la preparazione di un raid Padova, Parigi, Roma. Nel 1925 gli viene concessa la medaglia d'oro alla memoria per le sue azioni di guerra. L'aereo impiegato nel volo su Vienna è lo SVA (così denominato dai nomi dei progettisti, Savoja e Verduzio, e della ditta costruttrice, l'Ansaldo di Genova) che era un aereo molto avanzato per l'epoca. Raggiungeva la velocità di circa 220 km/h e forse per questo diede qualche problema ai piloti che lo trovavano meno maneggevole rispetto agli SPAD in uso e per questo non fu usato come caccia ma soprattutto come aereo da ricognizione e bombardamento. Era ancora un aereo in gran parte di legno e tela ma su alcuni furono montate anche alcune radio. Fu l'aereo dei primi raid del dopoguerra come il Roma Tokio del nostro Arturo Ferrarin.
Antonio Locatelli, un altro pilota del volo su Vienna, l'aviatore cui è intitolato il rifugio presso le tre cime di Lavaredo, con Silvio Scaroni nel 1919 per primo con uno SVA 10 raggiunge sulle Ande la quota di 6800 metri.
Alla fine delle ostilità D'Annunzio, promosso successivamente per meriti di guerra capitano, maggiore e tenente colonnello (il grado che ricopre a Fiume), è stato decorato con sei medaglie d'argento, due d'oro, una di bronzo, la Croce di Ufficiale dell'Ordine Militare di Savoia e tre promozioni per meriti di guerra.
Quando è già a Gardone riceverà la nomina a generale di brigata aerea a titolo onorifico.
Gabriele D'Annunzio, al comando di Randaccio, partecipa alla Ottava e alla Nona battaglia dell'Isonzo, e tra i due si instaura una profonda amicizia, frutto della reciproca ammirazione.
Nell'azione di quota 28 Randaccio viene ferito da colpi di mitragliatrice. D'Annunzio avvolge la sua bandiera intorno al corpo di Randaccio ferito e lo assiste in autoambulanza nel trasporto all'ospedale di Monfalcone dove Randaccio morirà il 28 maggio.
La bandiera che avvolse il corpo di Randaccio fu la bandiera portata da D'Annunzio a Fiume ed è ora conservata al Vittoriale di Gardone Riviera. Giovanni Randaccio fu sepolto presso il “Cimitero militare degli Eroi” di Aquileia, ove riposa tuttora.
I due reggimenti della Brigata Toscana furono decorati con medaglia d'oro alla fine della guerra. Nella motivazione della decorazione si dice che gli austriaci riferirono che i fanti della Brigata combattevano come lupi. Ma anche il maggiore Randaccio, a quanto risulta dal discorso di D'annunzio a Campese, usava chiamare “Miei lupi” i suoi soldati e il termine viene usato anche dalla stampa.
Dopo la guerra la Brigata fu ufficialmente denominata “Lupi di Toscana” e i soldati della Brigata portavano sul petto, dalla parte del cuore, le teste dorate di due lupi.
Il maggiore Randaccio è morto a Monfalcone 1l 28 maggio 1917 in seguito alle ferite riportate nell'azione alle foci del Timavo condotta su incitamento e assieme a D'Annunzio..
Ma il 7 novembre 1916, poco dopo le battaglie vittoriose del Veliki e del Faiti cui aveva partecipato anche D'Annunzio, il Randaccio scrive una lettera a D'Annunzio in cui racconta come gli venne l'idea, nella battaglia, di far preparare per lui una corona con la base di una granata. Dal testo appaiono evidenti l'ammirazione del Randaccio per il Poeta, promosso capitano per meriti sul campo, e il comune sentire patriottico.
Ecco il testo della lettera stesa sul retro d'una carta topografica pochi giorni dopo la battaglia del Dosso Faiti:



Ospedale da campo 0,31 h di 7 novembre 1916

«La parola d'un soldato
oggi, al più grande Poeta d'Italia
è gradita quanto l'omaggio d'un Re.»

I
La verità -

Il nuovo simbolico grado che il Comando Supremo ha voluto assegnarti è la consacrazione del più grande Poeta-Soldato, nell'ora fucinatrice degli alti destini.
Ma ben più alto valore ha per noi soldati, che ti abbiamo visto tra le nostre file, tra l'infuriare della battaglia, gridar sereno e forte, la parola incitatrice della vittoria.
Il sibilo, il rombo, lo schianto, sconvolgeva il terreno d'intorno e tu, saltando leggero tra vortice e vortice:
«Avanti, gridavi, sempre più avanti, o soldati d'Italia»
E passavi come una visione, di sasso in sasso spruzzato di sangue, nella via cosparsa d'eroi, immune come un'anima, mentre eri preziosa materia.
Ma forse intorno a te facevano scudo le anime dei nostri Poeti, da Dante a Carducci!

II
Il monito -

Più alto e solenne monito sia il tuo novello grado per quei pochi che nei tempi meschini, non sapendo come diminuire la finezza dell'arte tua, la dicevan arte d'amore e di piacere.
Il nome di capitano consacratoti oggi, dice agli Italiani:
«Chi ha sangue forte viene in trincea e muove il passo verso la vittoria.»
Più alto e solenne monito suonerà il tuo grado di Duce, guadagnato sul campo, per quella parte del mondo che, mercé tua, invidia la nostra grande arte e la vuola unica virtù di nostra gente, facile a schiacciarsi col pugno che picchia sodo.
Gli allori conquistati combattendo fuori degli ingiusti confini, dal più dolce poeta d'Italia, dal Simbolista da l'Imaginifico, dal Dionisiaco Poeta d'Italia che, trasfuso in soldato del cielo, del mare e della terra, ha gettato la morte, ha conosciuto gli abissi, ha spronato le schiere, dicono al mondo:
«Ecco la vera anima dell'itala Gente»

III
- La corona -
Quando passasti fra noi nella mischia, o grande Poeta Soldato, una orrenda granata ti cadde d'appresso, ma il mostro non nocque.
Allora dissi a un dei miei fanti: «Leva la coronatura a quell'orribile vaso di morte; ne faremo una corona per la testa del Poeta.»
Il soldato si curva e colla punta dell'arma scarna il rame dall'acciaio.
Ma lavora con cura e quasi con mano leggera. «Perché (gli chiedo) tu temi guastar la corona?»
«No. (risponde) La corona sul capo del poeta – soldato, sarà sempre bella. Non voglio guastar la punta dell'arme che dovrà seminar nuova strage.»
Ho serbato la corona e quando i miei bravi soldati avran tregua nella lotta dirò loro sommesso:
«Questa è la corona del grande Poeta – Soldato. Fermatevi sopra due fronde di lauro, una d'argento e l'altra d'oro. Quella d'argento è pel Poeta e quella d'oro è pel soldato; perché oggi in Italia l'aureo alloro è soltanto ai soldati.
Poi la poserò io stesso sulla tua fronte di Capitano.
--------------------
Guardando in trasparenza questa strana carta da visita ove mi congratulo con te, Capitano (essa è degna di te perché, come te, mi ha guidato sul Carso) vedrai che son giunto a Trieste. Per ora è la meta più vicina. Vi pongo il mio nome in tuo omaggio, e sarà lieto presagio.
Randaccio

Ma, come sappiamo, Randaccio morirà prima di poter consegnare la corona a D'Annunzio. I suoi fanti completeranno l'opera commemorando così il loro comandante e consegnando la corona a D'Annunzio proprio a Campese in una solenne cerimonia il 12 maggio 1918.

La coronatura della granata era stata raccolta, su ordine del maggiore Randaccio, durante la battaglia per la conquista del dosso Faiti che domina la piana di Gorizia, il 3 novembre 1916. Durante la battaglia la granata era esplosa in vicinanza di D'Annunzio ma senza gravi conseguenze se non piccole ferite da alcune schegge.
Alla cerimonia partecipa anche il Duca D'Aosta, comandante della terza armata da cui dipende la Brigata dei Lupi di Toscana.

Il testo della lapide recita:

“FANTI DELLA BRIGATA TOSCANA
…................................................................
SE MAI MI FURONO ATTRIBUITI LAURI
DA ARBITRI VANI...TUTTI IO LI GETTO
PER QUESTO PEZZO DI METALLO RACCOLTO
ANCORA CALDO DI LA' DALLA MORTE
E DONATOMI OGGI DOPO TANTO DESTINO
…........................................
E' LA CORONA DEL FANTE
E' LA CORONA DI TUTTI I FANTI
CIASCUNO DI VOI ABBIA OGGI
LA SUA FRONDA D'ORO.....
GABRIELE D'ANNUNZIO
CAMPESE 12 MAGGIO 1918
IL COMITATO BASSANESE DELLA SOCIETA'
NAZIONALE DANTE ALIGHIERI POSE
IL VI MAGGIO MIMXXXIX

Dal 19 aprile al 15 maggio e dal 6 al 23 giugno 1918 la Brigata Toscana, mentre combatteva a valle dello sbarramento di Valstagna faceva base, nei turni di riposo, a Campese e qui D'Annunzio viene chiamato per commemorare Giovanni Randaccio il 12 maggio 1918, Questa il testo letto da D'Annunzio alla presenza della brigata Toscana e del Duca D'Aosta comandante della III Armata.

LA CORONA DEL FANTE
Fanti della Brigata Toscana, miei compagni del Settantasettesimo Reggimento, compagni miei del Secondo Battaglione, eccomi davanti a voi umile e altero, col cuore che mi trema e con la fronte che mi s'alza. Se mai mi furono attribuiti lauri da arbitri vani in una vita che m'è trascorsa perfino dalla memoria, tutti io li getto per questa dura corona carsica, per questo pezzo di metallo raccolto ancor caldo di là dalla morte e donatomi oggi, dopo tanto destino, sotto lo sguardo di una grande Ombra fraterna che ha voluto essere presente a questo rito di fraternità guerriera con l'ansia di ricombattere.
Ma non può essere mio questo giorno, compagni. Questo non  è se non il giorno votivo del nostro martire di Aquileia, non è se non il giorno sacro all'eroe del Timavo. Consideriamolo come il suo anniversario anticipato dall'imminenza della battaglia. Mancano sedici giorni: il tempo di celebrarlo con un fatto eroico, quale egli attende dai suoi Lupi del Veliki, del Faiti e di San Giovanni.
Se oggi siamo a giuramento, voglia la sorte che il 28 di questo maggio noi siamo in combattimento, e che a vespero di quel medesimo giorno egli sia con noi risuscitato e beato nella vittoria.
 Era la festa d'Ognissanti. Se ne ricordano i superstiti? se ne rammentano i veterani? Una battaglia d'oro, In una luce d'Oriente. Lo sappiamo, lo sentiamo; lo abbiamo sentito più d'una volta, quella volta più d'ogni altra volta: ci sono giorni d'azione in cui il sole non è annunziato dal­l'alba. Allora, pei prodi, tutto diviene veloce miracolo.
Era il dì d'Ognissanti. Certo, tutti i Santi della Patria avevano gettato le loro aureole in quel punto dell'aria dove i soldati balzavano all'assalto. Non s'era mai veduto tanto rilucere gli uomini, tanto le cose rilucere. Il sole s'avanzava come una trasfigu­razione. Ecco che la dolina melmosa era una coppa tagliata nel cristallo di monte. Ecco che la bocca della ca­verna suicida raggiava come se contenesse il presepe adorabile. Le bisacce del Poverello di Cristo non dovevano splendere più dello zaino di tela nella schiena dei fanti. Le croci d'abete splen­devano, le barelle splendevano. E i dischi della conquista splendevano come ostensorii. E più di tutto splendeva il sangue. Chi di voi si ricorda di quel ferito che aveva una mano interamente rossa, sfavillante come l'estremità di un tizzo agitato contro il nemico? La vedo ancora, e ancora mi abbaglia. Il coraggio è lo splendore mistico delle vene mortali. V'appariva e vi spariva un anello d'oro, una "fede". Ecco un segno perpetuo pei vostri assalti. Era Ognissanti. Il ciclo s'era av­vicinato alla terra nemica, senza ti­more. Come già sul Golgota, il si­lenzio del cielo discendeva su quello sfondo di calvarii fragorosi dove dei boschi non restava se non qualche troncone di croce senza braccia. Le gra­nate talvolta avevano un suono chiaro di grandi cimbali percossi. Pareva che anche gli scoppii si dorassero. Erano talvolta come potenti battute di timpano nell'oro. L'assalto aveva l'inizio delle danze vertiginose nei paesi di sogno. Gli assalitori cantavano. Riodo i dieci colpi di gong, l'uno dopo l'altro, mar­tellati dal Centocinque austriaco; e il grido, e il canto.
Veliki: una battaglia d'oro, la più bionda battaglia del nostro Oriente!
Veliki: una vittoria che ha la voce d'una musa del piè leggero!
I fanti mordevano l'azzurro. La luce moltiplicava d'attimo in attimo l'im­peto. L'impeto era un'ascensione ce­leste. La forza rimbalzava dalla morte. La morte era trascinata in su, dal­l'ardore e dal clamore, come una po­polana che sia presa dal contagio d'un tumulto e canti anch'essa a squarciagola la canzone furibonda. Non erano un ingombro ma una spinta i caduti.
I feriti divenivano gli alfieri dell'in­segna vermiglia. La vetta non era se non un sentimento sublime nel petto di chi la voleva raggiungere. Non c'era nulla fuorché macigni, scheggiame, tronchi tritati, spine di ferro, schianti, fumo, cadaveri. Ma c'era la luce ita­liana, c'era il meriggio d'Italia.
Fu intorno a quest'ora. Bastarono cinquanta minuti di ebrezza. A mez­zogiorno il Velíkí era nostro. I prigio­nieri stupefatti balbettavano: " Com'è possibile? ".
Fu come l'ala che non Iascia  impronte. Il primo grido avea già preso iI monte.
Si rinnovava il portento del Sabo­tino. Come nell'espugnazione fulminea di quella montagna tetra che pareva con le sue radici inferne disseccare I' Isonzo, i vostri dischi bianchi, i se­gnali della conquista, non erano più se non foglie perse nella rapina d'un torrente ritroso. Come la gran lena della nostra vittoria superò la groppa feroce precipitandosi giù per i rovesci a San Valentino, a San Mauro, a Salcano, e la lasciò esanime; cosi ab­bandonò essa dietro di sé il Velikí ignudo e deserto per correre più oltre. Di là dall'altura tutta scoppiante di crateri subitanei, nella dolina che poi fu nominata dalla mia bandiera, dentro la caverna buia e piena di rombo, si tenne consiglio. Non era se non una sosta impaziente.
Rimane qui con me un solo testimone di quell'ora profonda: il nostro Generale, il gloriosissimo ferito del Sa­botino, tranquillo maestro d'ogni ardire, che per grazia della sorte ritrova la sua Brigata e riprende in mano la vostra antica e nova fortezza.
Eravamo nella caverna; ma la volontà di tutti soffiava verso verso l'altra cima, batteva già il Faítí come un vento implacabile. Eravamo accosciati sul sasso di quella cripta selvaggia, tenendo la bandiera spiegata su le nostre ginocchia come se fossimo per ricucire gli orli col filo intriso nel sangue del cuore devoto. Un solo mozzicone di candela ardeva a terra; e si consumava rapidamente come l'ultimo, cero sul triangolo di ferro che sta nell'ufficio delle Tenebre. Si consumava per affrettare la deliberazione tremenda, per sollecitare il sacrificio divino. Vacillava; e là non v'era animo che vacillasse. Tremolava; e non v'era là nervo che tremolasse. Ma coi guizzi e con le ombre serviva a rendere più crudo, fra mento e fronte, r intaglio, del proposito in quei volti ossuti.
Quando si spense, ciascuno ebbe la sua luce in sé. Tutti balzammo in piedi, primo Giovanni Randaccio. Nessuno lasciò il lembo della bandiera. Com'egli s'incamminò primo verso l'uscita, trasse ciascuno pel lembo che ciascuno teneva stretto nel pugno. Che mai nella vita può valere quel brivido di compagni giuri? E, se in quel punto io fossi stato colpito, non sarei morto nella più pura grazia ?
 La granata non mi colpì; mi coperse di schegge. Potei scrollarmi e seguitare illeso pel mio cammino. Allora Giovanni Randaccio disse a uno de' suoi fanti: Leva la coronatura a quel bossolo. Ne faremo una corona per il nostro compagno.
Il fante si pose al lavoro. Con la punta della baionetta cercava di staccare rame dall'acciaio lavorando attento e leggero.
"Perchè ci metti tanto? " gli chiese il capitano. "Hai paura di guastare la corona ?"
"No,, rispose il fante." La corona sarà sempre bella. Ho paura di guastare la punta della baionetta che mi deve servire fra poco."
Maschia risposta d'un espugnatore del Faítí. Di quella baionetta, che staccò il rame dall'acciaio, fu irto l'estremo saliente del nostro sforzo orientale tra Castagnavizza  e il Vippacco. Era una baionetta del Secondo Battaglione.
Questo racconta Gíovanní Randaccío in una delle tre brevi prose scritte di suo pugno nel rovescio della carta ch'egli aveva seco sul terreno della battaglia. L'ho ereditata; e m'è titolo di nobiltà.
La sua gentilezza, che era larga come la sua prodezza, consigliò ai suoi soldati di inserire nel cerchio di rame due fronde di lauro, una d'argento e una d'oro. " quella d'argento per il poeta e quella d'oro per il combattente; perché oggi; in Italia, la fronda d'oro è serbata soltanto ai combattenti."
Egli voleva offrirmi con la sua mano amica il dono dei suoi soldati. Ma n'è a lui n'è a me né a voi l'urto delle sorti concesse mai un intervallo di agio. Il giorno della radunata era differito senza termine, di fortuna in fortuna. Ci trovammo sulla via di Trieste, in una sera della terza primavera. Egli pareva più grande: aveva la statura della sua speranza. Il Timavo latino fu il suo fiume letale. Allora mi parve che anche la corona si fosse profondata nel gorgo notturno.
Voi la custodivate. Ma sembra che egli medesimo oggi la riporti. Non è mia, sebbene io da voi la riceva. E' vostra. E' la corona del fante, è la corona di tutti i fanti. Ciascuno di voi abbia oggi la sua fronda d'oro.
Chi dei veterani ha nella memoria l’ordine del giorno dato dal Coman­dante il 3 novembre 1916?
Incomincia: “Ufficiali, graduati e soldati del Secondo Battaglione, siete tutti eroi. ,,
E l’ordine deI giorno rivolto non soltanto ai suoi Lupi ma a tutti i fanti degni di questo nome che è oggi sopra tutti un nome chiaro, un nome che risona nel miglior bronzo della fama, un nome da lodare, da celebrare in perpetuo.
Giovanni Randaccio era il fante e­semplare. Non poteva essere se non fante. Pareva stampato fante dalla nascita. Era un figlio della terra, una creatura della zolla e del sasso, della mota e della polvere. Per amore del­l’ardimento, per smania del nuovo, aveva tentato di prendere le ali, di alzarsi a volo, di combattere nell’aria. Quando 1’incontrai la prima volta, aveva ancora 1’insegna dell’aviatore sul braccio; e pareva si rammaricasse di non essere nell’azzurro, se da un camminamento ingombro gli avveniva di volgere gli occhi al palpito d’una macchina alata. Ma non era così. Nel cielo avrebbe perduta la sua forza vera, avrebbe smarrita la sua vera potenza. Egli era nato fante. Anche in sella stava come un fante. La forma del cavallo non s’accordava con la sua struttura. Montava a cavallo per stare più alto, quando arringava i soldati. L’arcione era la sua ringhiera. Poi discendeva, e per combattere s’affidava ai suoi garretti.
Era l’esempio d’ogni improba virtù. Era l’uomo compiuto della guerra nuova: l’audacia riscolpita secondo il modello della pazienza. Era il vero operaio della vittoria, insomma, era il fante.
Era come voi, come quelli che hanno combattuto con lui, come quelli che combattono senza di lui, come quelli che combatteranno rammentandosi di lui e come quelli che combatteranno senza rammentarsene
Quando io gli dicevo una parola di lode sommessa, egli mi rispondeva, con queI subito pallore trasparente ch’era in fui il segno dell’emozione profonda, mi rispondeva netto: “Tutti i miei soldati mi valgono. ,, E mo­strava le trincee spaventose cementate dal coraggio fisso.
Per umiltà verso i mille e mille eroi ignorati, un giorno volle togliersi i segni azzurri dal petto; e io l’imitai. Ci parve di essere più vicini al Dio taciturno che vi guarda tutti, che vi segna tutti, che vi premia tutti.
Chi può più parlare a voi dell’e­roismo antico, o fanti? Potete strap­pare dalla storia le pagine dei noti esempi e mettervele per fodera dei piedi dentro le scarpe fracide fornite dal frodatore.
Quell’eroismo era un baleno, era una folgore, era una illuminazione re­pentina, un momento sovrumano. A­veva il suo motto breve, il suo gesto rapido. Sorgeva nell’ aria, alla vista di tutti, come una statua istantanea, come un gruppo improvviso, come una fusione gloriosa che la gloria fermava e freddava per sempre.
Il vostro è come le vostre ossa, è dentro di voi come il vostro scheletro; e l’armatura interna, è sempre là; regge fa vostra carne misera e fa tiene esposta di continuo alla distruzione più orrenda. La vostra vita è come il drappo della bandiera e il vostro co­raggio è come l’asta. Ci sono ban­diere infisse che il vento lacera e ra­pisce. L’asta rimane. Il vostro corpo stramazza e il vostro coraggio resta in piedi. Si deve pur dire che non si dissolve, e che aggiusta la mira del fucile caduto di mano. Tutti i fanti sanno che non v’è fucile più giusto del fucile d’un morto. Chi l’ ha rac­colto e ha tirato con quello, non ha mai fallito il colpo. Non è vero forse?
“ Siete tutti eroi ,, vi gridava Gio­vanni Randaccio dopo quei tre giorni di delirio carsico tra Ognissanti e San Carlo. Era l’assalto ebro; e pa­reva che tutto fosse dimenticato. Ma eravate eroi prima di balzare, prima di inerpicarvi, prima di correre.
Eroi; e pure non sembravate nep­pure uomini ma cose, ma povere cose come le pietre tritate, come i sacchi sventrati, come gli elmetti sformati, come le scatole vuote, come le bot­tiglie rotte, là, immobili, nella trincea, nella dolina, nella fòiba, rattratti, col dosso dalla parte del tiro nemico, con le scarpe nel pantano, con la belletta color di dissenteria fino a mezza gamba, là, inchiodati, nei mulinelli della morte avvampante, neI fragore che sembra eguale ed è una minaccia dalle lingue diverse a cui non si può rispondere se non eccomi, eccomi, eccomi.”
C’è nell’antico sacrificio chi tende la gola al coltello senza chiudere gli occhi. Il coltello indugia. E’ attimo sembra anche agli astanti un’eternità d’ intollerabile pena. Una voce di te­stimone grida: “Taglia! ,, Quando il boia fallisce il colpo e deve iterarlo, L'indignazione urla dalle viscere della folla. L’immobilità nell’attesa della morte è sempre parsa la prova del dominio di sé più ardua: l’attesa di attimi. Ma fa vostra attesa è di giorni, di settimane, di mesi, di anni; e non sotto il ferro freddo, ma sotto la fe­rocia di un flagello non mai immagi­nato neppure da quel maschio della nostra razza infoscato dalla fuliggine dell’inferno, neppure da quel castiga­tore che tuffò gli avversarii nella pece, li confisse coI capo in giù, li cosse con le falde di fuoco, li lordò con la pioggia fetida, li lacerò con le zanne delle cagne.
Si dice che c’è una vita e si dice che c'è una morte. Si vive nella vita e nella morte si muore. Sembra vero. Ma per il fante c’è qualche cosa che non è la vita e qualche cosa che non è la morte; c’è un elemento nuovo, una specie di limite sospeso, una specie d’orlo misterioso e irrespirabile, dove egli pur respira e spesso ride e spesso canta, e non perisce; perché io dico che quell’elemento è 1’ infima immor­talità dell’uomo.
Carne da macello? La loro, quella delle mandre che al Monte Melino vi chiamarono Lupi. E non m’importa di essere ingiusto. Guardo voi, conosco voi. Ora voi, chi vi solleva fuori della trincea? chi vi drizza, chi vi scaglia fuori della difesa? Vi ho veduti. Chi dà quel grand'urto al vostro impaccio fangoso e vi fa pronti d’un tratto, come quando per chiudere 1’ otturatore del fucile imbrattato voi battete la leva con un gran colpo di pietra o di pa­letta? Bene vi ho veduti. Dico che non eravate carne. Io stesso, nel guardarvi, ero distrutto dalla passione, ero un soffio. M’apparivate una forma del vo­lere sovrumano, un impeto senza peso, una offerta saliente come un pugno d’ incenso gettato nella bragia. Voi, gente dei campi, gente dei mestieri, gente d’officina e d’officio, villani, o­perai, borghesi d’ogni parte e d’ogni arte, inselvatichiti come appostatori da spelonche, voi che addentate la pa­gnotta e tracannate il fiasco, voi che vi accovacciate nella tana sudicia che sa di fogna e di sepolcro, voi che non potete lavarvi il muso se non col vostro sudore o nel rigagnolo, voi gente lorda e greve di sotterra, voi in quel punto non eravate se non fiamma celere, non eravate se non anima splendida, come in un Resurressi.
 O bella fanteria d’Italia, fiore sommo e intero della nostra razza discorde, che con tre anni di martirio hai te­stimoniato la fede all’Italia eterna, quali palme ti offriremo, di quale fronda potremo incoronarti? Il metallo non vale. L’oro è oggi battuto in troppi falsi conii. Ripenso alle mille e mille aureole di sole raggiate sul vostro Veliki nella vittoria d’ Ognissanti. I diarii dei tuoi due reggimenti, Brigata Toscana, come i diarii di cento altri reggimenti, che sono se non Atti di Martiri?
La parola vera è quella di quel Capo che a Oslavia, guardando le compagnie sanguinare imperterrite di girone in girone - mentre dalla ruota vertiginosa dell’ardire svolavano le mantelline grige e gli stracci di carne rossa, vestimenti superflui per tali as­salitori - gridò, tra rugghio e singulto, col cuore in gola: “Bisognerebbe ba­ciare dove puntano il piede, quei fanti!,,
Quei fanti che stampavano la creta fulva di Oslavia, e quelli che pesta­rono la poltiglia grumosa del Podgora, e quelli che si invescarono neI mastice rossastro deI Carso, tutti - dal San Mi­chele al Monte Nero, dal Vodice all’Ermada, da Tolmino al Pecinka, da Sagrado a Plezzo, da Plava a Do­berdò, e i nomi vittoriosi soverchiano la misura del clipeo di Brescia - tutti, dai ghiacciai del Cevedale alle fonti deI Timavo, dai primi che cincischia­rono i reticolati con le pinze e con le forbici sino agli ultimi che straboc­carono pei varchi aperti dalle bom­barde schiaccianti, tutti sono gli eroi della più travagliosa battaglia che su la “fronte unica,, si sia combattuta per la causa dell’uomo libero.
È la battaglia di novecento giorni. Sta dietro di noi, arde dietro di noi, accende di sé l’orizzonte dell’anima. L’ombra del fallo espiato non può contro il suo splendore. I nostri morti occupano per noi ogni palmo della conquista. Su le cime che espugnammo, i nostri morti tengono accesi i fuochi di ricordanza, con le loro ossa che non si consumano.
“Miei Lupi ,,, vi grida Giovanni Randaccio che vive “c’è anche un fuoco sul Faiti e c’è anche un fuoco in San Giovanni. Ma ci sono altri fuochi da accendere. Ho la fiamma nel pugno.,,
Si, l’arca di Aquileia s’è scoper­chiata. Il magnanimo è venuto per marciare davanti a voi, portando at­traverso il gran petto la bandiera av­volta, quella che ammantò il suo fe­retro, E la Sua tracolla del Veliki. Ve ne ricordate?
Tra le Giudicarie e le lagune del Piave sta per riaccendersi una bat­taglia che non avrà più se non un solo nome: la battaglia d’Italia, la vostra prova suprema, o fanti, o fabbri del nostro destino, operai della Vittoria.
Io vi giuro che per ogni tratto mantenuto, per ogni pollice ripreso, per ogni linea spinta più innanzi, là dove avrete puntato il piede, la Patria ba­cerà 1’impronta.
 
Campese di Bassano, 12 Maggio 1918.
 

Gabriele D'Annunzio muore nel 1938 a Gardone, nel suo rifugio dorato ricolmo di ricordi della sua vita pubblica e privata, da lui denominato il Vittoriale degli Italiani, il 1° marzo 1938 a 75 anni di età.


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