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G. di Vicenza 10/11/2015 Simboli militari in chiesa

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ALTARI E BANDIERE. Un vertice dopo il divieto di indossare il cappello alpino a Laghetto
Simboli militari in chiesa
Nasce la "santa alleanza"

Dalle penne nere ai fanti, le associazioni combattentistiche e d'arma preparano una lettera--appello per chiedere regole chiare alla curia
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Roberto Luciani
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Alpini, fanti, bersaglieri, parà, avieri, marinai, carabinieri, genieri. Tutti assieme, si sono ritrovati con la stessa appassionata preoccupazione, negli uffici di viale Milano di AssoArma. Il tema, quello caldo di questi giorni: funerali, cappelli e labari.
«Ho contattato tutte le associazioni d'arma - sottolinea il presidente vicentino, il tenente Giustiniano Mancini - per studiare la situazione e capire il da farsi. La vicenda di Laghetto non è purtroppo un caso isolato, due anni fa a San Francesco non fu ammesso in chiesa neppure il picchetto d'onore degli americani per le esequie del generale di corpo d'armata Fineschi.- A questo punto, come presidente dell'associazione, vorrei sapere dove non siamo graditi. Sarebbe importante che ce lo dicessero, almeno da avvertire i nostri soci e non vivere situazioni di rifiuto imbarazzanti e secondo noi immotivate».
Il disagio è forte, l'immagine dei gagliardetti appoggiati, quasi abbandonati, sul muro esterno di una chiesa fa persino più male di una sconfitta:«Noi lo sappiamo benissimo che entra con il cappello alpino solo il vessillifero, chi porta il labaro o il simbolo del suo gruppo, come nessuno di noi, del resto, metterebbe sulla bara il cappello dell'amico deceduto sul simbolo della croce. Anche il tricolore lo sistemiamo in modo che non nasconda nulla, ma quando leggiamo che le disposizioniu liturgiche non ammettono le bandiere in chiesa, sottolineando che debbono restare fuori, restiamo sorpresi. E amareggiati».
Come superare l'impasse? Nell'incontro di ieri diverse le soluzioni proposte: da un incontro in Curia con il vescovo Pizziol fino alla redazione di una lettera. Qualcuno suggeriva di inviarla anche a Roma, ma per il momento sono ancora voci ed ipotesi. Di sicuro nessuno ha voglia di polemiche. Spiega il portavoce UNUCI Luciano Zanini: «C'è una necessità che nasce dal nostro essere cristiani, di trovare un dialogo sereno. Noi non neghiamo o sottovalutiamo la liturgia, però c'è un aspetto umano, collegato conj le nostre tradizioni militari e locali, che chiediamo non venga dimenticato. Alla fine credo che tutto possa riassumersi con il buon senso, dal momento che a Monte Berico, a San Lorenzo, ai Servi, tanto per fare dei nomi, siamo sempre accolti con amicizia».

"L'ultima vicenda non è isolata. Perché in qualche chiesa si può e in altre no?"
GIUSTINIANO MANCINI

Dimenticare Laghetto, dove il cappello d'alpino non era gradito durante il funerale, ma la parola d'ordine avrà bisogno di tempo per essere assimilata. Pure dagli stessi alpini, che venerdì si sono ritrovati a Malo per la cerimonia funebre del "vecio" fondatore e capogruppo locale Vito Mantia e che ieri sera si sono riuniti, come sezione di Vicenza, per una riunione straordinaria. «Io credo - sottolinea Luciano Cherobin, presidente ANA di Vicenza - che un incontro metterebbe una parola definitiva. Quando monsignor Pizziol vuole
siamo qui». E restano in attesa tutte le associazioni, solidali con le penne nere. «Da parte nostra - sottolinea il presidente dei paracadutisti berici Guido Barbierato - abbiamo testimoniato loro la nostra vicinanza, però sono convinto che si debba aprire un confronto. Coinvolgendo anche i vertici religiosi nazionali». Del resto non mancano i vicentini illustri, primo fra tutti il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato in Vaticano. Vero, ha cose più importanti a cui pensare, ma alla fine casa è sempre casa, Roma o Schiavon che sia.


®RIPRODUZIONE RISERVATA

Da Il Giornale di Vicenza del 10 novembre 2015


Nella foto un cappello da alpino, al centro del dibattito dopo il caso di Laghetto




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